WEST BEIRUT

 

mercoledi 16 aprile 2008 - spettacolo unico ore 21.00 -


Regia Ziad Doueiri Soggetto e sceneggiatura Ziad Doueiri Fotografia Robert Gale Montaggio David Marcombe Musiche Steve Copeland Interpreti Ram Doueiri, Mohammad Chamas, Rola Alamin, Carmen Lebbos, Joseph Bou Nassar, Lialiane Nemri.

LIBANO/FRANCIA/BELGIO 1998 - 107 minuti

 

13 Aprile 1975, primo giorno ufficiale della guerra civile libanese che dilanierà il Paese per otto anni. La capitale viene divisa in due parti: una sotto il controllo dei mussulmani, l'altra sotto il controllo dei cristiani. Tarek e Omar, due adolescenti, non possono più frequentare il loro liceo che si trova nella parte est, occupata dalle milizie cristiane. Per i due cominceranno, così, lunghe giornate passate a girovagare per Beyrouth, in compagnia della loro amica (cristiana) Mary. La guerra rappresenterà per loro motivo per crescere e scoprire la realtà della loro martoriata città. I due ragazzi oppongono alla tragedia la propria voglia di vivere, traversano il primo anno di guerra nell'incoscienza, scoprono le pulsioni della sessualità nascente. Finché la violenza afferma le proprie ragioni, più forti di quelle dell'innocenza. “West Beyrouth” è un primo film largamente autobiografico. Lo ha diretto Ziad Doueiri, che all'epoca aveva dodici anni e viveva nella città, prima di emigrare in America, dove ha studiato all'università di San Diego ed è diventato assistente alla fotografia per tutti i film di Quentin Tarantino. Nessun tarantinismo, però, nel suo esordio come regista. Il racconto d'iniziazione di Tarek (interpretato da Rami Doueiri, fratello di Ziad) e Omar adotta una chiave rappresentativa decisamente realistica, anche se unita a un senso beffardo e complice dell’incoscienza adolescenziale. Eppure, per quanto lasci parlare le cose senza imporre effetti drammatici a ciò che mostra, Doueiri rende perfettamente l'assurdità autodistruttiva della guerra civile mentre segue, con la macchina da presa a spalla o la steadycam, le peregrinazioni dei suoi protagonisti. Però lo fa ricostruendo quei giorni tremendi con istintivo pudore e non indulge alla tentazione di commentare fatti tanto espliciti di per sé, convinto come ha dichiarato che "ciò che una persona esprime apertamente non lascia spazio all'interpretazione; ciò che vediamo è tutto quel che c'è da vedere".