L'ETA' DELL'IGNORANZA

LUNEDI 7 aprile 2008 - ore 20.15 e 22.15 -


Regia: Denys Arcand Sceneggiatura: Denys Arcand Fotografia: Guy Dufaux Montaggio: Isabelle Dedieu Musiche: Philippe Miller Interpreti: Marc Labrèche, Diane Kruger, Sylvie Léonard, Caroline Néron, Rufus Wainwright, Macha Grenon, Emma de Caunes, Didier Lucien, Rosalie Julien, Jean-René Ouellet, André Robitaille. Produzione: Cinémaginaire Inc., Mon Voisin Productions Distribuzione: Bim Film.

Canada 2007 - 110 min.

60 °Festival del Cinema di Cannes 2007 In concorso

Nei suoi sogni, Jean-Marc è un cavaliere dall’armatura scintillante, una star del palcoscenico e dello schermo, e un autore di successo: le donne cadono ai suoi piedi e finiscono regolarmente nel suo letto.
In realtà è un uomo qualsiasi, impiegato statale, marito insignificante, padre fallito e fumatore clandestino. Ma Jean-Marc resiste alle tentazioni del suo mondo di sogno e decide di darsi ancora una chance nel mondo reale… Con “L’età barbarica” (questo il titolo dato a ”L’age des ténèbress” dai distributori italiani, in un grottesco tentativo di recuperare la memoria di “Le invasioni barbnariche”) Arcand riesuma la vecchia traccia drammaturgica del travet che per sfuggire al grigiore della routine si rifugia in una ridda di fantasiosi sogni seriali, popolati di avventure cavalleresche e di una onnipresente bellezza femminile. Lo fa, come sempre nei suoi film per parlare dell’entropia morale e persino fisica della società occidentale, tema che da ”Il declino dell’Impero Americano” in poi sembra letteralmente ossessionare il cineasta canadese, ma lo fa con un sorriso amaro sulle labbra, senza sentenziare e soprattutto senza prendersi troppo sul serio. Sono le pagine migliori del suo cinema, che oscillano fra tragedia e farsa, che spezzano la sapiente sceneggiatura con tocchi da racconto popolare. E da questo punto di vista, “L’età barbarica” è forse il film meno intelettuale e più divertente film di Arcand, ma dentro racchiude una morale amarissima: è proprio rifugiandosi nei sogni che l’uomo contemporaneo dimostra di non essere neanche più in grado di sognare.