IN QUESTO MONDO LIBERO
LUNEDI 25 febbraio 2008 - ore 20.15 e 22.15 -
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Regia: Ken Loach Sceneggiatura: Paul Laverty Fotografia: Nigel Willoughby Montaggio: Jonathan Morris Musiche: George Fenton Interpreti: Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek, Colin Caughlin Produzione: Bim Film, EMC Produktion, Film4. Distribuzione: Bim Film. GRAN BRETAGNA/ITALIA/GERMANIA/SPAGNA 2007 - 96 minuti
64° Mostra del Cinema di Venezia 2006 Miglior Sceneggiatura "Centocinquanta anni di lotte sindacali sono improvvisamente svaniti, spazzati via da un soffio di vento, come se non fossero mai esistiti". Non sono parole di un sindacalista, né di un addetto ai lavori, ma dello sceneggiatore Paul Laverty, braccio destro di Ken Loach e autore anche dello script di questo suo ultimo film. È il film in cui il grande regista inglese ritorna a quel suo realismo sociale che l’ha reso celebre sin dai tempi di “Riff Raff”. Le cose stavolta sono parecchio diverse: non si tratta di mostrare qualcosa che non conosciamo, o che magari non ci riguarda, spostando il riflettore su una realtà sconosciuta, ma una situazione che invece è sotto gli occhi di tutti. Protagonista del film è Angie, grintosa ragazza madre che lavora in un’agenzia di collocamento, da cui viene licenziata per essersi ribellata a qualche piccola molestia da ufficio. Piena di debiti, Angie rifiuta la situazione e la disoccupazione, reagisce decidendo di aprire un’agenzia tutta sua, tra un cortile e casa propria, con l’aiuto della coinquilina Rose. Le cose non saranno certo alla luce del sole, perché tutto avviene in semiclandestinità, ma soldi, clienti e sottoproletari affamati, quasi sempre stranieri, non tardano ad arrivare. "It’s a free world!", dice Angie alla collega, che vorrebbe utilizzare i tanti soldi incamerati restituendoli a venti operai che non hanno ricevuto il loro salario per settimane a causa di una bancarotta, toccando il cuore dell’intera vicenda. La cosa straordinaria del film è che Loach, pur mettendo in scena un’antieroina formidabile soprattutto nel pensare a se stessa e alla sua inesauribile sete di denaro, non la giudica mai. La sua volontà è piuttosto di metterne in luce la profonda mancanza di coscienza, derivante da un milieu d’appartenenza degradato e disperato, che trova i natali nella piccola borghesia: disperazione che genera mostri, come la mancanza di amore per un figlio senza padre, che ci viene presentato dopo oltre mezz’ora di film solo per metterne in luce l’impulsività e la rabbia interiore, le radici primarie dell’attuale rapacità. |
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